(Il Giornale d'Italia 7 dicembre 1901)
Sono state presentate al Congresso di
Washington le relazioni sul bilancio dell’anno fiscale, sul
movimento del commercio e sull’immigrazione. Contemporaneamente la
Camera di commercio italiana a New York invia i dati sul movimento
commerciale italo-americano. Sono documenti che interessano
grandemente anche l’Italia. Tutti i dati confermano che l’Unione
americana si trova in una via di straordinario progresso economico
che va al di là di quanto si poteva prevedere. Le importazioni
ascesero a 823 milioni di dollari, le esportazioni a 1 miliardo e
mezzo circa di dollari, cioè la maggiore esportazione del mondo. La
naturale domanda che si affaccia alla mente è questa: come farà
l’Europa a difendersi contro questa terribile concorrenza? In caso
di una guerra doganale tra essa e gli Stati Uniti come potrà
lottare? Certamente una tale ricchezza non potrà crescere
all’infinito e porta in sé stessa le cause di una crisi che
scoppierà inevitabilmente. Nondimeno il problema è gravissimo e si
impone allo studio degli uomini di Stato di tutte le nazioni. La
sola Inghilterra è tuttora in condizioni favorevoli; vediamo infatti
che nell’Asia e nell’Oceania, che sono i suoi due grandi mercati,
l’esportazione americana non è in aumento. Anche l’esportazione
italiana negli Stati Uniti è in diminuzione; non deve far velo il
risultato singolo del mese di ottobre dovuto alla straordinaria
introduzione della seta. Dobbiamo per altro rallegrarci nel vedere
l’importazione in Italia degli Stati Uniti in diminuzione; questo è
la prova che la nostra industria specialmente si va sempre più e per
quanto è possibile liberando dalla sua dipendenza dall’estero e
tende a bastare a se stessa.
Non meno importanti delle cifre riguardanti il commercio e la
ricchezza dell’Unione nord-americana sono quelle che riguardano
l’emigrazione. L’immigrazione, che dopo le altissime cifre del
decennio 1881-1890 sembrava gradatamente diminuire, è tornata a
salire vertiginosamente e secondo le notizie che si hanno finora la
cifra salirà ancora per il 1901. Notevolissimo è il contingente dato
dall’Italia la quale ha preso il sopravvento su tutti gli altri
paesi. La situazione internazionale ha fatto diminuire grandemente
l’immigrazione inglese (per la guerra anglo-boera e per le imprese
coloniali in Egitto e altrove) e quella tedesca che occupavano i
primi posti, e quella giapponese. Gli immigrati italiani raggiunsero
la cifra di 137.807, sorpassando di 85.861 la cifra dell’anno
precedente. Gli italiani oltrepassano così di gran lunga le cifre
delle altre nazioni, rappresentando il 28 per cento
dell’immigrazione totale. Dopo gli italiani vengono gli israeliti
con 58.098, i polacchi con 43.170, i tedeschi con 34.742, gli
irlandesi con 30.404, gli slovacchi con 29.343, i croati e gli
sloveni con 17.926, gli inglesi con 13.488, i magiari con 13.311,
ecc. Queste cifre valgono per il periodo dal 1 agosto 1890 al 30
giugno 1901. Ma da informazioni che abbiamo attinto al nostro
Commissariato per l’emigrazione apprendiamo che nel luglio, agosto,
settembre, ottobre, novembre scorsi l’emigrazione ha non solo
uguagliato le cifre degli emigrati dei corrispondenti mesi del 1890,
ma di qualche cosa li ha superati.
Sono questi i mesi di maggiore calma nel momento emigratorio, il
quale, di solito, raggiunge la maggiore intensità tra il marzo e
l’agosto. Dunque la nostra emigrazione ora si volge verso gli Stati
Uniti. Quali ne sono le cause? Anzitutto la mano d’opera equamente e
sicuramente retribuita forma il primo allettamento. In secondo luogo
la permanenza di molte famiglie italiane, le quali hanno colà
trovato un decoroso assetto, ha richiamato l’immancabile seguito di
parenti, di amici, di imitatori. Infine, la crisi economica degli
Stati dell’America meridionale ha deviato la nostra corrente
emigratoria verso il settentrione. Il cambio altissimo della moneta
e il disagio finanziario della Repubblica Argentina, l’iniquo
sistema dei «fazendeiros» brasiliani, che sostituisce agli schiavi
neri i contadini italiani, il clima inclemente di alcune regioni del
Brasile e la mancata osservanza ad impegni dal governo di quella
Confederazione sconsiglia la maggior parte degli emigranti dal
recarsi per ora da quelle parti dell’America, che si credeva più
adatta alle nostre abitudini e al nostro temperamento, l’aumento
dell’emigrazione italiana ha già richiamato l’attenzione del governo
americano e le annunziate riforme sull’immigrazione si debbono
considerare rivolte, più che ad altri, agli emigranti italiani. Non
conosciamo ancora il testo di queste riforme. Ma si prevede intanto
che il «Lodge Bill», la legge già approvata alla Camera dei
Rappresentanti per impedire l’approdo agli emigranti analfabeti,
passerà facilmente anche al Senato. Confidiamo tuttavia che la
crescente organizzazione della colonia italiana negli Stati Uniti e
il senno pratico del nuovo presidente degli Stati Uniti valgano a
risparmiare nuovi dolori alla nostra emigrazione, minacciata da
nemici potenti nell’Unione Americana.
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