Se lo scopo principale dell’emigrante è stato
quello di andare a cercare fortuna lontano dal proprio paese di
origine e di risparmiare il denaro necessario al suo sostentamento e
a quello della sua famiglia, si può tranquillamente affermare che il
contadino italiano è sempre stato un campione indiscusso nel saper
accumulare la “moneta” guadagnata.
Spesso e (poco) volentieri, egli era in grado di lavorare fino allo
stremo delle forze pur di mettere da parte un piccolo capitale in
denaro, rinunciando anche al necessario per vivere, pur di poterlo
destinare alla famiglia rimasta in Italia.
L’economia delle rimesse ha avuto effetti importanti sulla società
del nostro paese sia per gli aspetti di macroeconomia che per la più
modesta economia domestica. L’afflusso di ingenti quantità di valuta
pregiata dall’estero – si parla, tanto per dare un esempio delle
cifre in gioco, di una media di 450-500 milioni di lire (dell’epoca)
all’anno per il periodo 1900-1905 e di 800 milioni di media annua
per il periodo 1906-1910 – ha avuto un notevole peso nel
miglioramento dei bilanci dello Stato e nel finanziamento dello
sviluppo economico del paese.
Di contro, anche la famiglia dell’emigrante si è trovata a gestire
una disponibilità economica a cui non era abituata. I primi soldi
sono stati destinati a saldare i debiti contratti con amici e
parenti (e speculatori?) per affrontare le spese del viaggio; il
resto è stato usato per acquistare un pezzo di terra o per
assicurare una casa decente ai propri familiari. In questo contesto
sono cambiati anche gli stili di vita quotidiani: in casa sono
entrati generi alimentari e generi voluttuari fino ad allora
ritenuti appannaggio delle sole famiglie benestanti.
Raramente il denaro risparmiato è stato investito per la creazione
di nuove attività produttive o per assicurarsi mezzi di
sostentamento futuri. In questo campo l’emigrante ha dovuto scontare
la mancanza culturale di strategie imprenditoriali che gli
consentissero di investire il proprio denaro guadagnato con anni di
duro lavoro.
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