Per molti emigranti il viaggio in treno per
raggiungere il nord Europa o quello in nave per mete transoceaniche
è stata la prima occasione della vita per allontanarsi dal proprio
paese e dalla propria famiglia. Per molti di loro, anzi, costituiva
il “viaggio” per antonomasia e, pertanto, sarà facile immaginare con
quale stato d’animo veniva affrontato e quali fossero i timori per
il futuro imminente.
Fino
all’approvazione delle nuove norme contenute nella legge e nel
regolamento sull’emigrazione (gennaio 1901) il viaggio rappresentava
per l’emigrante un’avventura durante la quale si avevano pochi
diritti da far valere. Si dormiva in stive, riadattate in modo
approssimativo a camerate, in condizioni di promiscuità con gli
altri emigranti e in spazi veramente ridotti. Il cibo veniva servito
in grossi pentoloni e le condizioni igieniche erano tutt’altro che
ottimali tanto che per respirare aria pura si era costretti ad
andare in coperta.
Vi fu un notevole miglioramento dal punto
di vista igienico perché venne stabilito che su ogni piroscafo
utilizzato per il trasporto di emigranti vi fosse imbarcato un
medico militare con il compito di verificare l’osservanza, da parte
dell’armatore, di tutte le norme igeniche contenute nella legge e di
un rappresentante del "Commissariato per l'Emigrazione" che aveva il
compito di tutelare
i viaggiatori.
Nonostante le condizioni di viaggio fossero divenute finalmente accettabili,
la traversata rimaneva per alcuni un’esperienza traumatizzante e non
totalmente priva di rischi tanto che non era raro contrarre malattie
contagiose e, nel caso estremo perdere la vita (quest'ultima
tragedia colpiva spesso i piccoli, e più indifesi, passeggeri che
erano i bambini appena nati).
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