La valle del fiume Noce - Lucania

I numeri dell'emigrazione italiana

Gli studiosi hanno suddiviso, per comodità, la lunga storia dell’emigrazione italiana in quattro grandi periodi caratterizzati tutti da grandi flussi migratori intercalati da brevi momenti di stasi nelle partenze.
Il primo di tali periodi, quello che si potrebbe definire di scoperta e consolidamento, si fa giungere fino al 1900, ovvero fino all’inizio del nuovo secolo e alla vigilia dell’entrata in vigore della nuova legge sull’emigrazione (legge del 31 gennaio 1901, n. 23). 
In questo arco di tempo vengono registrati poco più di 5 milioni di espatri, con circa la metà degli emigranti che decide di recarsi nei paesi transoceanici (circa il 51% del totale). La scelta di partire interessa, per la gran maggioranza (81% delle persone), giovani uomini, di estrazione rurale, che espatriano senza essere seguiti da altri membri della famiglia.
Grafico degli espatriLa seconda fase dell’emigrazione italiana (che parte dal 1901 e si conclude alla vigilia della prima Guerra Mondiale) rappresenta il momento di maturità di tale fenomeno. Nel corso degli anni si assiste ad un aumento considerevole nel numero delle partenze (che ammontano a circa 9 milioni), con il picco che viene toccato nel corso dell’anno 1913 con 870.000 espatri. Durante il periodo del primo conflitto mondiale, e proprio per cause belliche, il numero degli espatri diminuisce in maniera significativa per, poi, riprendere (in maniera ridotta) nel primo dopoguerra.
Tra il 1901 e il 1914 continuano a partire soprattutto giovani uomini. Provengono generalmente dalle regioni dell’Italia meridionale (sono circa il 70% del totale) e preferiscono le mete transoceaniche, che registrano un sensibile aumento ((62%), con gli Stati Uniti che accolgono almeno la metà degli emigranti.  
Tra le due guerre il flusso migratorio diminuisce vistosamente a causa di due fattori principali: cominciano ad avere effetto le politiche restrittive adottate dagli Stati Uniti (ad esempio il Quota Act), mentre, in Italia, il regime fascista da poco al potere assume nei confronti dell’emigrazione un atteggiamento negativo.
Dopo la stasi del secondo conflitto mondiale il movimento migratorio riprende vigore tanto che fino agli anni ’80 partono dall’Italia circa 8 milioni di persone che hanno come meta, soprattutto, paesi europei (5,8 milioni contro 2,5 milioni). Per concludere, si può osservare che dal 1876, anno della prima rilevazione statistica del numero degli espatri, fino agli anni ’80 del ventesimo secolo, periodo in cui l’Italia diviene a sua volta, invertendo il suo ruolo, meta di emigrazione, partono circa 27 milioni di persone. 
Questo numero, significativo, tuttavia, non deve trarre in inganno in quanto non corrisponde al numero reale di persone che hanno deciso di lavorare e vivere definitivamente nei paesi di accoglienza. Va, infatti, considerato che molti emigranti sono partiti e tornati in Italia più volte e che quasi la metà di chi è andato a lavorare all’estero ha deciso di tornare definitivamente nel proprio paese di origine. Fatte queste debite considerazioni è possibile affermare che, in realtà, coloro che sono rimasti all’estero ammontano ad un numero di 12-14 milioni di persone. Non male per un paese di 40-50 milioni di abitanti!
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