Menelik II imperatore d'Etiopia non ha mai accettato le clausole del
trattato di Uccialli che lo sottopone ad un odiato protettorato da
parte degli italiani. Allo stesso modo non accetta la presenza delle
“facce d'orzo” nei territori settentrionali del suo impero. E'
giunto il momento di cambiare lo stato delle cose e di passare
all'azione.
Menelik lascia la sua capitale, Addis Abeba l'11 ottobre
del 1895 diretto verso nord. La decisione era stata presa in
primavera dopo aver consultato tutti i dignitari e i ras a
lui fedeli. Vuole riconquistare il Tigré e per questo ha
fatto suonare il negarìt.
Una
colonna di almeno 30.000 uomini, al comando dei ras
Maconnen, Mikael, Mangascià, Alula viene inviata in avanguardia con
il compito di prendere contatto con le forze italiane e, nel caso
che queste fossero poco numerose, attaccarle.
Il grosso dell'esercito abissino, nel frattempo, si sarebbe
attardato a Uorrà Ilù e a Dessié in attesa di
ricongiungersi con altre forze abissine.
Ras Maconnen e gli altri sono intanto giunti a ridosso
delle postazioni avanzate degli italiani nella regione del Tigré.
Le sue intenzioni sono di evitare uno scontro diretto con le truppe
del generale Baratieri e, a tal proposito, cerca di avviare una
trattativa con il governatore attraverso il suo amico personale
Pietro Felter. Il dignitario etiopico, cosciente della forza
militare che ha alle spalle, vuole essere il tramite, per
l'imperatore, nel proporre al governo di Roma, una revisione (o
meglio, l'abolizione) del trattato di Uccialli che, ricordiamo, con
l'articolo 17 del testo italiano, assoggetta l'Abissinia al
protettorato da parte dell'Italia. In aggiunta a questo propone una
ridefinizione della sfera di influenza territoriale degli italiani
nell'Etiopia settentrionale.
La trattativa fallisce perché a Roma queste proposte non vennero mai
prese in seria considerazione, ma si decide di instaurare ugualmente
una parvenza di trattativa strumentalmente utile per guadagnare
tempo e permettere il dispiegamento dell'apparato militare
italo-eritreo.
Baratieri non approfitta del tempo a disposizione e, sottovalutando
le forze in campo, si limita far controllare la regione dal generale
Arimondi acquartierato ad Adigrat con almeno 6500 uomini.
Per cercare di avere un quadro preciso delle forze nemiche e dei
loro movimenti Baratieri ordina, inoltre, al generale di inviare un
“distaccamento volante” all'Amba Alagi con compiti di
“osservazione avanzata”.
Arimondi, travisando gli ordini del Governatore e di sua iniziativa,
invia effettivamente il capitano Salvatore Persico in missione di
osservazione seguito, però, dal maggiore Toselli con tre compagnie
del 4° battaglione indigeni che si spinge fino a Belagò (un
abitato posto circa 30 km a sud dell'Amba Alagi) da dove è
in grado di constatare la reale forza (e vicinanza alle postazioni
italiane) degli uomini di Menelik.
Dietro istruzioni di Arimondi, il maggiore Toselli ripiega sul
valico di Alagi dove si appresta a tenere la posizione a
tutti i costi per permettere ad una colonna di rinforzo di venirgli
in soccorso.
Gli attesi rinforzi non giungeranno mai: Baratieri ordina
all'Arimondi di non muoversi in aiuto, di richiamare la compagnia
Toselli e farla ulteriormente ripiegare, lentamente, in modo da
contrastare gli abissini. L'ordine del comandante delle truppe
coloniali non giunse mai all'Amba Alagi perché Arimondi non
lo trasmise a Toselli che, ignaro di tutto, si vide costretto a
tenere la posizione.
Sul campo, il maggiore ha, nel frattempo, organizzato la difesa del
valico di Alagi disponendo due sostanziosi distaccamenti
(le bande dell'endà Mehoni e di ras Sebbàt) )
presso il passo Falagà posto a Est dell'Amba e a
ridosso del passo di Togorà (le bande di scec
Tàhla e Valpolicelli) ubicato a Nord-ovest del massiccio in modo da
prevenire i possibili aggiramenti da parte del nemico e tenendo il
grosso della forza nei pressi dell'Amba Alagi (tra l'altro,
le compagnie Persico e Canovetti) per bloccare il passaggio
principale. L'attacco da parte delle avanguardie scioane avviene
all'alba del 7 dicembre allorquando il fitaurari Gabeiehù
investe con 200 armati il centro dello schieramento di Toselli. La
battaglia si accende all'improvviso: ras Maconnen si vede
costretto a correre in aiuto del fitaurari mentre le altre
colonne abissine si riversano, con migliaia di uomini, sulle ali
dello schieramento italiano costringendoli, dopo una tenace
resistenza, a ripiegare verso il centro. I combattimenti proseguono
violenti fino alle ore 12,40 quando il maggiore Toselli, per evitare
di essere accerchiato, ordina la ritirata verso il colle Togorà.
Nello scontro (e nella ritirata) rimangono uccisi una quarantina di
militari italiani (compreso il maggiore Toselli) e circa 1500
militari eritrei.
Mentre in Italia il presidente del consiglio Francesco Crispi si
vide costretto a ribattere agli attacchi dell'opposizione, che non
vuole un impegno offensivo in Africa, cercando di addossare, neppure
tanto velatamente, la responsabilità della sconfitta al generale
Baratieri, dalla colonia il governatore ingaggia un difficile
scambio di missive con il governo di Roma e con Crispi in persona.
Lo statista siciliano, pur non avendo il totale controllo sui fatti
d'Africa (per sua stessa ammissione), cercò di suggerire (se non
proprio di imporre) al governatore l'idea di passare all'azione e di
ottenere quei risultati che ristabilissero l'onore dell'Italia e
della Corona.
Nel Tigré, intanto, le truppe coloniali si stanno
concentrando ad Adigrat pur mantenendo l'avamposto di
Macallé dove, sull'altura di Endà Iesus posta a
ridosso dell'abitato, il maggiore Toselli aveva, già agli inizi di
ottobre, dato inizio alla costruzione di un recinto fortificato
considerato, con ottimismo, un forte in grado di resistere alla
massa d'urto dell'esercito abissino.
Quando l'8 dicembre il maggiore Giuseppe Galliano si insedia nel
forte con il suo battaglione di 1300 uomini, si rende immediatamente
conto che la struttura difensiva ha due grossi punti deboli: il più
preoccupante è sicuramente la mancanza di una sicura fonte di
approvvigionamento d'acqua: le sorgenti si trovano al di fuori delle
mura e sono difficili da difendere. Il secondo fattore che preoccupa
il maggiore è dato dal fatto che il forte è piuttosto esposto agli
eventuali tiri di artiglieria che sarebbero potuti provenire dalle
alture circostanti.
L'attacco al forte di Macallé avviene a partire dalle prime
ore del 7 gennaio e prosegue, nei giorni seguenti, ad ondate
successive di fanteria appoggiate da un nutrito fuoco di
artiglieria.
Fin
da subito gli occupanti perdono, come previsto da Galliano, la
possibilità di accedere alle sorgenti, prontamente conquistate dai
guerrieri di ras Maconnen. L'assedio di Macallé
continua fino al giorno 19 gennaio, giorno in cui il maggiore
apprende che, grazie ad una sofferta trattativa tra l'inviato di
Baratieri, Pietro Felter, e Menelik, soddisfatto dei risultati
militari raggiunti, gli è concesso di lasciare il forte con l'onore
delle armi e di ritirarsi, con tutto il battaglione verso
Adigrat.
L'impatto emotivo sugli assediati lascia il segno: Galliano e i suoi
uomini, in un estremo gesto di resistenza erano pronti a farsi
saltare in aria insieme al forte stesso pur di non darla vinta agli
abissini ma, a questo punto sono costretti a cedere, con sofferenza
personale, le postazioni che avevano difeso così strenuamente.
Nel giro di un paio di mesi la situazione politica e militare nel
Corno d'Africa è cambiata: in questo breve arco di tempo è apparso
chiaro che la forza dell'offensiva italiana nel Tigré si è
conclusa e che, l'imperatore d'Etiopia è riuscito in breve tempo a
riunire un gran numero di guerrieri, armati di moderni fucili, a
raggiungere con il grosso delle truppe la regione del Tigré
ed a ottenere sul campo due importanti vittorie che hanno
galvanizzato la sua gente e disorientato gli italiani.
A questo punto la strada per Adua è aperta e il generale Baratieri
non sembra, o non vuole, comprendere che la situazione si è fatta
veramente critica: gli abissini si avvicinano sempre di più, in
massa, alla colonia Eritrea.
O. Baratieri 1898, "Memorie d'Africa (1892-1896)", Torino, F.lli
Bocca Ed.
A. Del Boca 1992, “Gli italiani in Africa orientale. I. Dall'Unità
alla marcia su Roma", Oscar Storia, Mondadori.
A. Pollera 1928, "La battaglia di Adua del 1° marzo 1896
narrata nei luoghi dove fu combattuta", Firenze, Carpigiani e
Zipoli.
D. Quirico 2005, “Adua. La battaglia che cambiò la storia d'Italia",
Oscar Storia, Mondadori.
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Il
maggiore Giuseppe Galliano