La politica coloniale
italiana nel bacino del Mediterraneo (e in seguito nel Corno
d’Africa) trova le sue premesse storiche e sociali a partire dalla
prima metà del XIX secolo. Già in questo periodo, lungo le coste
meridionali del Mediterraneo erano presenti vasti stanziamenti di
genti provenienti dalla penisola italiana. Importanti in tal senso
erano le colonie italiane di Tunisi, di Alessandria d’Egitto e del
Cairo che arrivarono a contare, ognuna, diverse decine di migliaia
di persone. Una presenza così importante di italiani favorì una loro
profonda penetrazione nella società e nella cultura dei paesi ospiti
tanto che molti nostri connazionali furono in grado di collocarsi ai
vertici delle elite politiche e commerciali (e a volte anche
militari) di Egitto e Tunisia. La reale dimensione di questo
processo storico è testimoniata, inoltre, dal grado di diffusione
della lingua italiana in questi paesi dove tale idioma divenne la
lingua ufficiale delle transazioni commerciali oltre che dei
documenti di stato e diplomatici.
Questa posizione di indiscusso prestigio culturale non valse, al
nascente Stato unitario italiano, alcun beneficio pratico
nell’attuazione della sua politica di espansione coloniale.
Mancarono in tal senso una chiara ed
univoca visione strategica dei propri interessi nel bacino del
Mediterraneo tanto che furono, ad esempio, sottovalutate, in un
primo momento, l’importanza commerciale e soprattutto militare della
Tunisia oltre che dell’arcipelago Maltese. Esemplare, infatti, fu
proprio il caso della Tunisia: in un primo momento il paese nord
africano rientrava chiaramente nelle mire espansionistiche
dell’Italia tanto che nel 1864 si era giunti a concordare con la
Francia una proposta di spartizione territoriale in ragione della
notevole presenza, nell’entroterra di Tunisi, di coloni italiani, in
prevalenza originari della Sicilia.
L’iniziale entusiasmo fu presto raffreddato dalla considerazione che
un’eventuale campagna di occupazione coloniale della Tunisia sarebbe
stata troppo gravosa per le esangui casse del nuovo stato unitario
già “alleggerite” dai costi militari e civili che la recente
unificazione territoriale e politica della penisola avevano
comportato. Si preferì a questo punto puntare più su di una
penetrazione economica confidando sul fatto che la Francia, in
difficoltà nell’imporre il suo controllo sull’Algeria, avesse
rinunciato alle mire coloniali su Tunisi.
Certo, in questo scenario, va anche tenuto conto che, in politica
estera, l’Italia fu costretta a competere, ancora potenza europea di
minor peso politico e militare, con forze di ben altro spessore: da
una parte la Francia che si trovava in piena espansione militare nel
nord Africa; dall’altra l’Inghilterra che iniziava ad esplicitare le
sue mire espansionistiche in Medio Oriente e, soprattutto, in Egitto
dove era chiara l’intenzione di porre sotto il suo diretto controllo
quella fondamentale via di comunicazione rappresentata dal canale di
Suez: una vitale via di comunicazione (inaugurata nel novembre del
1869) che permetteva alla Corona Britannica di essere in diretto
contatto con i suoi vasti possedimenti in Estremo Oriente.
Per un’adeguata comprensione dello scacchiere
politico-militare del Mediterraneo in questo particolare frangente
non va sottovalutato, infine, il ruolo che ha avuto l’Impero
Austroungarico. Pur non ponendosi in diretta competizione con le
altre potenze europee nella corsa alla colonizzazione dei territori
del nord Africa, Vienna non mancò di esercitare la sua influenza per
orientare le decisioni e le alleanze delle altre nazioni del
continente. Paradigmatica, in questo senso fu l’azione di disturbo
che l’Austria mise in atto nei confronti dell’Italia e della Francia
durante il pieno svolgimento dell’affaire Tunisia per spingere lo
Stato sabaudo a proclamare il suo protettorato su Tunisi. Lo scopo
che ci si proponeva era duplice: in primo luogo si voleva ottenere
di accentuare i contrasti tra Roma e Parigi per favorire, di contro,
un possibile riavvicinamento dell’Italia agli imperi centrali oltre
a cercare di sopire le sue rivendicazioni irredentistiche nei
confronti dell’Austria.
Il fallimento della politica coloniale nel Mediterraneo costrinse
l’Italia, ancora in cerca del prestigio internazionale, a rivedere
le sue mire espansionistiche ripiegando su territori che, pur
essendo meno “appetibili” sia dal punto di vista commerciale che da
quello militare, le consentissero, comunque, di poter essere
presente nel club delle potenze coloniali europee.
Già dal 1869 gli interessi italiani erano presenti in Africa
orientale grazie all’insediamento commerciale della baia di Assab
(posto sulle coste eritree del mar Rosso) i cui diritti di
sfruttamento erano stati acquistati dalla società di navigazione
Rubattino che vi aveva impiantato uno scalo tecnico per le proprie
rotte commerciali. Nel 1882 il Governo rilevò la concessione sulla
baia di Assab dall’armatore genovese sancendone la sovranità
italiana: era l’atto di nascita della lunga e sofferta avventura
coloniale italiana nel Corno d’Africa.

