Dopo la cocente sconfitta di Adua in Abissinia avvenuta
sul finire del XIX secolo (1° marzo 1896), l'Italia aveva subito un disimpegno
forzato dalle vicende coloniali europee. La mancanza di iniziativa politica
nello “Scramble for Africa”, tuttavia, non significava che nel paese non vi
fosse un forte interesse per le terre d'oltremare. Dopo un periodo di
appannamento, dovuto allo “scacco” tunisino che aveva visto nel 1881 la
Francia impadronirsi di Tunisi a scapito dell'Italia, l'interesse per le
vicende mediterranee si era di nuovo manifestato in maniera vivace focalizzando
la propria attenzione sui territori nord-africani della Tripolitania e della Cirenaica.
La classe dirigente italiana aveva forti interessi in queste due regioni: il
Banco di
Roma era molto esposto finanziariamente in Tripolitania mentre gli
ambienti industriali dell'Italia settentrionale premevano per un intervento
militare finalizzato ad ampliare i propri ambiti commerciali e industriali.
Anche nella società del paese c'era chi era favorevole all'occupazione della
Libia prima che questa cadesse preda di altre potenze europee. Molti vi vedevano
una importante “valvola di sfogo” per la nostra emigrazione. A tal proposito il
territorio dell'Africa mediterranea era descritto come un paradiso in attesa di
essere coltivato (vedi la ben orchestrata campagna di stampa dei quotidiani
“La Stampa” e de “La Tribuna”) mentre altri, in maniera più corretta (ad esempio
Gaetano Salvemini), consideravano la Libia un inutile “scatolone di sabbia”.
In questo contesto, il capo del governo Giovanni Giolitti approfittò, da abile
politico qual'era, del vivace dibattito politico in atto nel paese. Lo scopo
dello statista era quello di aumentare il proprio potere di manovra e di sfruttare
la questione libica a fini di politica interna.
Il momento, secondo lo statista piemontese, era favorevole perché il paese si era
assicurato un sofferto appoggio all'intervento da parte degli alleati tedesco e
austriaco e una sostanziale non ingerenza della Francia. Solo l'Inghilterra si
mostrava contraria in quanto non gradiva la presenza italiana su entrambe le sponde
del Mediterraneo. Questo, secondo Sua Maestà britannica, poteva pregiudicare la libera
circolazione delle navi inglesi, in caso di crisi diplomatica tra i due paesi: era meglio
che la Libia restasse sotto la dominazione turca o, al più, fosse oggetto di attenzioni
da parte di qualche altro stato europeo (la Francia?).
Altro fattore positivo, per le aspirazioni italiane, era costituito dal fatto che
l'Impero Ottomano stava attraversando un momento di transizione politica visto che nel
1908 la vecchia classe dirigente della “Sacra Porta” era stata sostituita da esponenti
del movimento rivoluzionario dei “Giovani Turchi” e il paese si era avviato verso la
Repubblica di Mustafa Kemal Atatürk. Un ulteriore fattore di instabilità era dovuto
al fatto che nella periferia dell'impero si stavano facendo sempre più audaci le spinte
indipendentiste (soprattutto nei Balcani) assecondate soprattutto dall'Austria e dall'Inghilterra
che cercavano di trarne profitto. Il calcolo di Giolitti si basava sul presupposto che la
Turchia non si sarebbe potuta impegnare a lungo in un conflitto con l'Italia per non correre
il rischio di vedere il proprio impero andare in frantumi.
"Giovanni Giolitti seppe sfruttare con abilità una serie di incidenti avvenuti tra i due paesi
e, con la scusa di interessi italiani messi in pericolo dai turchi, decise di inviare a Costantinopoli
un ultimatum. L'atto fu consegnato il 28 settembre dal regio ambasciatore De Martino al governo
della “Sacra Porta”. La Turchia rispose in maniera piuttosto accondiscendente, ma questo avvenne
due ore dopo la sua scadenza. All'Italia bastò questo minimo ritardo per avere la scusa che cercava
e aprire le ostilità.
Il primo scontro avvenne il 29 settembre: le cacciatorpediniere “Artigliere” e “Corazziere”
intercettarono la torpediniera turca “Tocat” attaccandola. Il grosso delle operazioni iniziò
solo pochi giorni dopo. Già il 4 ottobre gli italiani sbarcarono a Tobruk mentre lo stesso giorno
iniziarono anche le operazioni militari nella rada di Tripoli.
Dopo aver instaurato delle trattative con le autorità civili della città libica, trattative
che non portarono a nessun tipo di accordo, le navi della Regia Marina iniziarono a bombardare
le difese fortificate di Tripoli. La maggiore quantità di fuoco fu rivolta ai due forti che
proteggevano la città: il forte Sultanié ad ovest del centro abitato e il forte Hamidié posto
subito ad est di esso. Lo sbarco vero e proprio iniziò solo il giorno 5 ottobre dopo che ai
comandi
italiani erano giunte da Tripoli esortazioni in tal senso volte ad evitare le azioni di saccheggio
che vi erano già in corso. L'anticipazione delle operazioni di sbarco avvennero in condizioni di
precarietà per il contingente italiano in quanto il grosso delle truppe che sarebbero dovute essere
impiegate nell'occupazione di Tripoli non erano ancora giunte in nord Africa per via delle cattive
condizioni del mare e per contrattempi logistici. Il giorno 5 ottobre scesero a terra circa 1700
marinai al comando del Capitano di vascello Umberto Cagni. La testa di ponte italiana riuscì,
non ostante l'inferiorità numerica, ad assumere il controllo della città. L'operazione fu agevolata
dalla mancata reazione turca e, soprattutto, dai buoni rapporti diplomatici che gli italiani
riuscirono ad instaurare con le elites arabe della città di Tripoli.
Nei giorni seguenti il corpo di spedizione comandato dal generale Caneva completò l'occupazione di Tripoli
(giorni 10 e 11 ottobre), sbarcò a Homs (17 ottobre), occupò la piccola città portuale di Derna
(16-21 ottobre) e la capitale della Cirenaica Bengasi (dal 18 ottobre). Le prime operazioni in terra
libica si erano concluse senza grossi problemi per gli italiani: i turchi, consapevoli della marcata
inferiorità numerica e di mezzi, avevano attuato una tattica attendista che li aveva portati ad evitare
lo scontro aperto e a ritirarsi su posizioni più defilate. Le popolazioni arabe, poi, si stavano comportando
secondo le previsioni dei comandi italiani e, generalmente, non si erano mostrate troppo ostili ai nuovi venuti.
Qualche difficoltà, è vero, si ebbe a Bengasi e in Cirenaica dove gli italiani incontrarono una certa
resistenza da parte dell'esercito turco al comando del colonnello Enver Bey a cui si erano unite alcune
centinaia di combattenti irregolari. Ma, non ostante questi contrattempi, tutto sembrava procedere
secondo i piani prestabiliti: la guerra si sarebbe conclusa entro poche settimane e senza un
grosso dispendio di uomini e di mezzi.
I fanti italiani (ma anche i politici a Roma) erano sbarcati in nord Africa con
un pensiero ben chiaro in mente. Il loro arrivo nelle terre d'oltremare avrebbe portato quel
benessere tanto atteso dalle popolazioni dell'Italia meridionale prsché con la conquista della
Libia sarebbe stata data loro la famosa “valvola di sfogo” che li avrebbe messi al riparo dalla
fame e dalla miseria che le attanagliava e le costringeva ad emigrare in terre lontane. L'occupazione
avrebbe portato, inoltre, la civiltà italica a quelle popolazioni barbare che non attendevano
altro che di essere liberate dal soffocante gioco turco.
Le illusioni furono di breve durata. Ci fu un luogo, in particolare, che riportò alla cruda realtà
le truppe italiane di occupazione. Quel luogo aveva il nome di Sciara Sciat. La mattina del 23 ottobre,
si verificò un improvviso attacco alle postazioni tenute dall'11° reggimento Bersaglieri. L'azione
militare fu condotta da formazioni composte da irregolari arabi sostenute da reparti dell'esercito
turco. I combattimenti furono
violenti e causarono forti perdite tra i Bersaglieri (alcune compagnie
furono quasi annientate) oltre alla perdita delle posizioni iniziali. Dopo un contrattacco italiano,
con combattimenti “casa per casa”, l'oasi fu rioccupata integralmente ma nuovi scontri si ebbero nei
giorni seguenti. Il 26 ottobre i turchi attaccarono con tutte le forze disponibili l'intera linea
difensiva dell'oasi di Tripoli (combattimenti di Sidi el-Hàni e di Bu Meliàna) ma furono respinti
e messi in fuga dalla reazione italiana.
I fatti di Sciara Sciat fecero crollare tutte le illusioni circa la pacifica accettazione dell'intervento
italiano in Libia da parte delle popolazioni locali. A tutti fu chiaro che, in realtà, gli arabi
preferivano di gran lunga avere a che fare con una presenza turca che esercitava un controllo
discreto, piuttosto che invadenti “infedeli” che intendevano imporre ruoli e tradizioni lontane.
Il brusco ritorno alla realtà provocò negli italiani una violenta reazione nei confronti delle
popolazioni locali colpevoli di “tradimento”. Nelle settimane successive ai fatti di Sciara Sciat
fu messa in atto una dura repressione nei confronti dei civili con rappresaglie contro la
popolazione e alla fucilazione (o impiccagione) di centinaia di presunti oppositori. Subito dopo,
nonostante le difficoltà incontrate nelle prime fasi dell'occupazione coloniale, l'Italia decise in
modo unilaterale, con decreto del 5 novembre 1911, di annettere al Regno i territori della
Tripolitania e della Cirenaica ma, nonostante questo atto formale, la guerra non era affatto finita...
Riorganizzata la linea difensiva intorno all'oasi di Tripoli con l'impiego di ulteriori unità appena giunte dall'Italia (alla fine delle ostilità il corpo di spedizione italiano raggiunse i 100,000 uomini a fronte dei 30,000 previsti inizialmente), agli alti comandi si manifestò la necessità di estendere il territorio controllato dalle truppe al comando del generale Caneva. Il primo passo fu quello di attaccare il campo nemico di Ain Zara posto a circa 10 km a sud ovest di Tripoli proprio sulle principali rotte carovaniere verso il sud del paese. Nei pressi di questa località si erano concentrati migliaia di armati, sia regolari dell'esercito turco, muniti anche di alcuni pezzi di artiglieria, che irregolari arabi. Gli italiani attaccarono le postazioni del campo il 4 dicembre con tre distinte colonne e dopo alcune ore di combattimento ebbero la meglio sulle difese ottomane disperdendo nel deserto gli occupanti. Eliminata con successo la principale fonte della resistenza turca, gli italiani poterono riprendere i loro propositi di espansione rivolgendo la propria presenza soprattutto alla zona costiera (Zanzur – aprile 1912; e, soprattutto, Misurata – 16 giugno 1912). Questo in Tripolitania. In Cirenaica, invece, la guerra aveva subito un sostanziale rallentamento. Dopo le fasi iniziali che avevano visto gli sbarchi dei fanti a Derna e a Bengasi nell'ottobre 1911, le operazioni erano continuate tra scontri di poco conto avvenuti nel mese di novembre (nei pressi di Derna e di Tobruk) intercalati, solo occasionalmente da combattimenti più violenti allorquando i turchi, capeggiati dal colonnello Enver Bey, tentarono di sfondare le difese nemiche a Bengasi (25 dicembre) e a Derna (3 marzo). Scontri di una certa rilevanza si ebbero, invece, nell'oasi di Suani Abd el Rani (combattimento dell'oasi delle due palme del 12 marzo) e dello wadi Bu Rues, presso Derna dove i turchi, accerchiati dalle forze italiane, subirono pesanti perdite. Le sconfitte furono una delle cause che portarono ad un sostanziale disimpegno turco in Cirenaica.
Nei primi mesi del 1912, viste le difficoltà incontrate nella guerra in nord Africa, a Roma si decise di aprire un nuovo fronte di guerra nel mar Egeo per interessare direttamente il territorio dell'Impero Ottomano. La mossa strategica era stata ideata sia per alleggerire la pressione turca sul fronte libico, sia per costringere la “Sacra Porta” ad intavolare trattative di pace che le diplomazie europee avevano intenzione di imporre ai due belligeranti per evitare rischi di estensione del conflitto anche all'area balcanica. L'intenzione dell'Italia era quella di arrivare in sede di trattativa su basi di forza evidenti in modo da poter imporre i termini riportati nel decreto di annessione del 5 novembre del 1911. L'obiettivo primario indicato ai comandi della Regia Marina era quello di prendere possesso delle isole dell'arcipelago delle Sporadi meridionali. Il primo sbarco avvenne il 26 aprile nell'isola di Stampalia, la più occidentale delle isole del Dodecaneso. Da questa postazione presero poi l'avvio, dal 4 maggio, le operazioni che portarono all'occupazione dell'isola di Rodi, la maggiore dell'arcipelago e centro amministrativo turco. Nei giorni seguenti caddero, una di seguito all'altra, le guarnigioni di tutte le altre isole fino a che il 12 maggio l'occupazione del Dodecaneso fu completata. L'attività bellica italiana nel mar Egeo, tuttavia, non terminò con questo successo politico e militare. La Regia Marina, con la squadra navale dell'Egeo al comando del Contrammiraglio Thaon de Revel, cercò a lungo di ingaggiare battaglia con la flotta turca senza riuscirvi a pieno (furono però affondate le navi Avyllah e Angora nel porto di Beirut). L'episodio più eclatante che può essere ricordato in questo contesto fu sicuramente quello che vide alcune unità navali italiane (le torpediniere Spica, Centauro, Perseo, Astore e Climene, con l'appoggio dell'incrociatore Vettor Pisani) forzare lo stretto dei Dardanelli per giungere a ridosso della baia a nord di Cianak dove era alla fonda la flotta turca. L'azione sia pure con meri intenti dimostrativi ottenne i risultati sperati: dimostrò la vulnerabilità della marina turca, inferiore per uomini e mezzi a quella italiana, e ottenne vasta eco internazionale.
L'Italia si accinse ad intraprendere le trattative di pace essendo ben conscia della
sua posizione di forza: la Turchia era in difficoltà sia dal punto di vista diplomatico, anche se era
appoggiata dall'Austria e dalla Germania, e sia sotto l'aspetto militare. Molti a Costantinopoli si
erano resi conto che la guerra era compromessa e cercavano una via d'uscita dignitosa per evitare
contraccolpi interni e internazionali. Le trattative vere e proprie presero avvio il 12 luglio del
1912 a Losanna in Svizzera e si protrassero con alterne vicende fino al 18 ottobre (nel frattempo la
sede delle trattative era stata trasferita nella vicina Ouchy) giorno in cui fu
firmato il trattato di pace.
L'accordo prevedeva la cessazione delle ostilità; il passaggio dei territori della Tripolitania e
della Cirenaica sotto il controllo italiano e la partenza dei funzionari civili e dei militari
turchi dai territori libici e dal Dodecaneso. L'Italia si impegnava a versare alla Turchia parte
delle somme ricavate dalle nuove colonie e, soprattutto, garantiva la rappresentanza religiosa ottomana
in Libia. Le isole del Dodecaneso rimanevano sotto il “momentaneo” controllo italiano e sarebbero
tornate all'Impero Ottomano nel momento in cui questo avesse completato il ritiro delle proprie
truppe dai territori africani appena ceduti all'Italia. Come è noto la restituzione non avvenne e
con il successivo accordo di Sèvres, firmato il 10 agosto 1920, le isole rimasero sotto il definitivo
dominio del Regno.
La firma del trattato di pace non mise fine alle operazioni militari in Tripolitania e in Cirenaica.
Le popolazioni arabe non accettarono il nuovo dominatore e continuarono la lotta mettendo in atto azioni
di disturbo e di guerriglia. Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale portò ad un parziale disimpegno italiano
in Libia e questo consentì alla resistenza araba di ottenere importanti successi militari: tra il 1915 e il
1920 gli italiani furono costretti a limitare il proprio controllo ai soli territori costieri di Tripoli e
di Bengasi e solo in seguito, con una energica azione militare, riuscirono a ristabilire un certo controllo
sulla Cirenaica e sulla Tripolitania.

