Tutto avvenne in 31 secondi. La scossa di
terremoto che distrusse le città di Messina e di Reggio Calabria
colse tutti di sorpresa alle ore 5:20:27 del 28 dicembre del 1908.
Il sisma di forte intensità fu considerato fin da subito uno dei più
violenti terremoti che abbia mai colpito il territorio italiano. La
sua intensità pari all'XI grado della scala Mercalli (7,24 Mw) ebbe
il suo epicentro presso il centro abitato di Archi a circa 4 km a
nord est di Reggio Calabria (fonte INGV) e determinò
la distruzione pressoché totale dei centri abitati che si
affacciavano sullo stretto. A Reggio e dintorni si ebbero, secondo
le stime dell'epoca, circa 25,000 vittime (15,000 solo in città),
migliaia di feriti e decine di migliaia di senzatetto. Tutta la
città, già duramente provata dal precedente terremoto del 1783, vide
crollare edifici pubblici (il Palazzo Municipale, la stazione
ferroviaria, l'ospedale), chiese (dolorosa fu la perdita dello
splendido duomo barocco) e palazzi nobiliari (villa Genoese-Zerbi,
palazzo Mantica, la Real Palazzina, ecc.) oltre ad abitazioni
private e opifici.
A Messina, dove la distruzione fu maggiore, si
contarono tra i 65,000 e gli 80,000 morti e, stessa sorte dei loro
dirimpettai, toccò agli edifici pubblici e privati. Uno per tutti:
la famosa Palazzata, una lunga teoria di palazzi nobiliari e
pubblici (vi era, ad esempio il Palazzo Municipale) che si
affacciava sul porto ed era il vanto della città, risultò essere
seriamente danneggiata. Nel suo chilometrico prospetto si aprirono
varchi dovuti ai crolli ma, spesso, anche dove la facciata appariva
integra alle sue spalle non era rimasto che il vuoto lasciato dal
cedimento dei tetti e dei soffitti.
Passati pochi minuti (almeno dieci, secondo gli
scampati e i testimoni) dalla violenta scossa sismica, le coste
della Calabria e della Sicilia prossime alle due sventurate città
furono colpite da ripetute ondate di maremoto. Chi si era rifugiato
sulla spiaggia in cerca di un luogo sicuro dai crolli vide l'acqua
del mare ritirarsi per diverse decine di metri per poi tornare
impetuosa in tre successive ondate di
tzunami che raggiunsero
l'altezza di oltre 9 metri (alcune fonti dell'epoca parlano di onde
alte fino a 12-13 metri che si sono abbattute nei pressi di Reggio
(in particolare, in località Pellaro, una frazione a sud della città
calabrese dove le cronache parlano addirittura di un ponte
ferroviario divelto dalla sua sede).
Anche se la forza del mare investì Reggio e,
soprattutto, Messina con minore violenza (studi recenti valutano
l'altezza massima delle onde a 2-3 metri al massimo) essa fu
comunque sufficiente a travolgere tutte le imbarcazioni ormeggiate
nel porto, le sue infrastrutture e i superstiti che avevano cercato
rifugio nei pressi della marina dalla furia del terremoto
(si succedevano, infatti, violente scosse di assestamento e
in città erano divampati diversi incendi).
Come accadrà pochi anni dopo, in occasione di
un'altra tragedia provocata da un violento terremoto che avverrà nel
1915 nella conca del Fucino in Abruzzo (la storia non insegna nulla
a chi non vuol essere avvertito!), il paese rimase a lungo nella
mancata percezione (o comprensione?) della gravità
del disastro. Complice la furia distruttrice del terremoto,
le comunicazioni erano completamente saltate. Il primo dispaccio
telegrafico fu spedito da Antonio Barreca in maniera avventurosa.
L'impiegato postale dovette percorrere a piedi diversi chilometri
per raggiungere la stazione ferroviaria di Scaletta da dove, alle 15
e 30, poté spedire un
telegramma di due sole parole: “Messina distrutta”. A Roma quel
semplice messaggio non fu preso in considerazione o fu colpevolmente
sottovalutato perché non proveniva dai canali “giusti”. Si dovette
attendere la comunicazione ufficiale, inviata dal comandate della
torpediniera “Spica” della
Regia marina. Il telegramma partì alle ore 17 e 25 del 28 dicembre
da Marina di Nicotera, dopo che il vascello, partito subito dopo il
sisma da Messina dove era alla fonda, riuscì, dopo lunga
peregrinazione in cerca di un telegrafo ancora efficiente, a
raggiungere la prima località scampata alla violenza del terremoto
avvenuto più di 12 ore prima.
La sera del 28 fu convocato d'urgenza il
consiglio dei ministri mentre il capo del Governo Giovanni Giolitti
emanò le prime direttive relative alla macchina dei soccorsi. Si
decise, a tal proposito, di allertare i comandi militari
dell'Esercito e la truppa, mentre la
Marina fece convergere dalle
acque della Sardegna verso lo stretto di Messina una squadra navale
composta dalle corazzate “Regina
Elena”, “Regina Margherita”, “Vittorio
Emanuele” e dall'incrociatore “Napoli”.
Nel mentre che l'apparato statale si metteva in
movimento, a Messina e a Reggio Calabria erano già giunti i primi
soccorsi: all'alba del giorno seguente, il 29 dicembre, arrivò a
Messina la squadra navale della marina imperiale russa comandata
dall'ammiraglio Ponomareff e composta da sei navi tra cui spiccavano
gli incrociatori “Makaroff
“ e “Bogatir” e le corrazzate “Slava”
e “Tzésarévich”.
D'appresso giunsero le navi di Sua Maestà Britannica con sei unità
da guerra e una squadra navale della “Great
White Fleet” statunitense comandata dall'ammiraglio Robley D.
Evans.
Le navi dello Zar erano alla fonda nel porto
siciliano di Augusta e si diressero a tutta forza verso lo stretto,
mentre gli inglesi si mossero dall'arcipelago maltese e dall'Egitto
da dove arrivarono anche le navi americane appena giunte nel
Mediterraneo attraverso il canale di Suez. Alla gara di solidarietà
non mancarono, tuttavia, anche altre marinerie tra cui spiccano per
impegno e profusione di mezzi impiegati, quella tedescae quella danese.
Nell'immaginario collettivo, però, rimasero impressi soprattutto i volti dei marinai russi. Sbarcati per primi nelle città colpite dal sisma, essi si distinsero per l'efficienza e per l'abnegazione con cui portarono aiuto agli scampati e per il rigore (a volte anche piuttosto esagerato) con cui assicurarono l'ordine pubblico. Divisi per squadre operative di pochi elementi ben assortiti per mansioni e capacità, i marinai della marina zarista si prodigarono nello scavare tra le macerie e portare soccorso ai feriti condotti a bordo delle navi della flotta ma anche per la caccia spietata che diedero agli sciacalli che cercarono di approfittare della situazione (o presunti tali,visto che a volte, per problemi di incomunicabilità, ci andarono di mezzo persone che cercavano solamente di salvare qualche oggetto dalla propria casa distrutta). Appena scoperti i presunti approfittatori venivano sottoposti ad un processo sommario e fucilati immediatamente. Nei giorni seguenti l'organizzazione italiana dei soccorsi cominciò ad essere meno approssimativa: giunsero le unità della regia marina con uomini e materiale di soccorso; le ferrovie ripristinarono i collegamenti interrotti e tutto l'apparato statale si mise all'opera. Giunsero sui luoghi distrutti dal terremoto il Re e la Regina e sulla loro scia arrivarono anche aiuti di ogni genere. Nel paese e in molti altri luoghi d'Europa e delle Americhe (soprattutto dove più forte era la presenza di immigrati italiani) si accese una gara di solidarietà che si concretizzò nell'invio di squadre di soccorso e di beni materiali oltre ad assicurare, attraversole sottoscrizioni, l'invio di importanti somme di denaro.
Nelle settimane e nei mesi seguenti non mancarono, tuttavia, polemiche sulla gestione dei soccorsi e sullo sperpero dei fondi raccolti attraverso le sottoscrizioni. Ci furono anche diverse proteste in seguito all'aumento di alcune imposte finalizzato a finanziare l'opera di ricostruzione. Alcuni organi di stampa criticarono il governo per i ritardi nei soccorsi mentre altri accusarono le forze armate, soprattutto la Marina, di non essere intervenuta con prontezza ed efficienza. Il Presidente del consiglio Giovanni Giolitti pur dovendo ammettere l'esistenza di alcuni dei problemi citati, respinse le accuse di inefficienza sostenendo che era stato fatto il possibile e che andava tenuto in debito conto la gravità dell'evento. Va considerato, infatti, che il terremoto che colpì la zona dello stretto è stato, per forza scatenata e per ampiezza dei danni, uno dei più disastrosi che la storia d'Italia ricordi, e va anche tenuto anche ben presente che il sisma colpì un paese da poco unificato che, dopo le difficoltà economiche e sociali di fine ottocento, stava proprio in quel momento iniziando a beneficiare di un relativo benessere economico sostenuto da un primo vero sviluppo industriale.
