La storia di come il Regno di Sardegna, un
piccolo stato europeo posto in una posizione di oggettiva debolezza
tra le due grandi potenze del continente, la Francia e l'Austria,
abbia
saputo
sfruttare la sua posizione di stato "cuscinetto" e la sua relativa
libertà di manovra
politica e militare per portare a termine, dopo
le alterne vicende del Risorgimento, l'ambizioso progetto di
unificare la penisola italiana in un unico stato sovrano: il Regno
d'Italia. Le difficoltà per portare a termine questa rivoluzione
tutta italiana non terminarono nel 1860: problemi di altro tipo, ma
non meno impegnativi, dovettero essere affrontati dalla classe
dirigente del nuovo Stato. Nell'Italia post-unitaria fu necessario
unificare i sistemi giuridici dei vecchi stati peninsulari (compreso
il sistema fiscale), le diverse economie regionali, la lingua di un
popolo che non si comprendeva e un gran numero di altre questioni
pratiche legate all'arretratezza economica e sociale del paese. Solo
con i governi di Crispi prima e di Giolitti poi,
l'Italia vedrà una modernizzazione dello Stato e della società che
contribuiranno al consolidamento di un duraturo sviluppo economico
del Paese. Il definitivo assetto territoriale del Regno fu raggiunto,
poi, solo dopo
la conclusione della prima guerra mondiale con l'annessione territoriale del
Trentino, di Trieste e della Dalmazia.
L'Italia postunitaria
All’indomani dell’unificazione (autunno 1860)
l’Italia si presentava come un paese fortemente squilibrato sia dal
punto di vista sociale che da quello economico; infatti, accanto
alla Questione Romana, che vedeva la città di Roma rimanere ancora
capitale dello Stato pontificio, la classe politica del nuovo Stato
si trovava ad affrontare problemi imponenti: rendere culture,
tradizioni sociali consolidate ed economie diverse una sola entità
nazionale partendo da basi tutt’altro che solide.
In un contesto così caratterizzato la società italiana dovette
affrontare importanti questioni che iniziarono a coinvolgerla. Nel
corso degli anni ’80 e ’90, infatti, si assistette ad una forte
intensificazione dei conflitti sociali (provocati tra l’altro anche
dall’introduzione, nel 1868,
della
“tassa sul macinato”) conseguenti alla maturazione del movimento
operaio e contadino che cominciano a configurarsi come
una vera e propria lotta di casse.
In campo politico dopo i governi della Destra che guidarono il Paese
subito dopo l’unificazione e mirano ad un rafforzamento dello stato
attraverso l’attuazione di una politica centralistica e di rigore
finanziario (soprattutto con Quintino Sella), nel 1876 vi fu
l’avvento al potere della Sinistra storica di Agostino Depretis che,
invece, provò a promuovere una serie di aperture sociali tra cui
anche la riforma elettorale del 1882 che ampliava il suffragio
elettorale.
Dopo che le istanze riformatrici si annullarono nella stagione del
trasformismo, che cercava di rispondere in un’ottica borghese ed
elitaria alla conflittualità sociale, si mise in luce la figura di
Francesco Crispi. Il politico siciliano (al governo nel 1887) fu
capace di catalizzare ampi consensi ed attuare una politica “forte”
volta a riformare lo Stato e a rassicurare le classi politiche ed
economiche dominanti con un’adeguata repressione delle istanze
rivoluzionarie (repressione dei Fasci siciliani e scioglimento del
Partito Socialista) che provenivano dal basso. Crispi, in politica
estera, attuò forme di protezionismo nei confronti della Francia,
rinnovò l’intesa della Triplice Alleanza con la Germania e
l’Austria-Ungheria e promosse una decisa azione coloniale
nell’Africa orientale (Etiopia) che ebbe l’epilogo con la rovinosa
sconfitta di Adua (primo marzo 1896).
di
quella meccanica. Tale sviluppo, fu ottenuto grazie
all’attuazione di una politica di protezionismo doganale e di
commesse pubbliche e interessò quasi esclusivamente le regioni
settentrionali a scapito dell’Italia meridionale che fu lasciata in
condizioni di arretratezza e povertà.