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Giornale d'Italia 1902
Breve articolo, pubblicato dal Giornale d'Italia il 3 aprile 1902, che illustra le condizioni a cui sono sottoposte le fanciulle italiane negli opifici francesi e svizzeri. Vengono descritti i metodi per costringere le donne italiane ad espatriare o ad accettare condizioni di lavoro degradanti.

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La tratta delle donne italiane
(Il Giornale d'Italia 3 aprile 1902)

Alla tratta dei negri -dell'ebano- si è sostituita oggi la tratta dei fanciulli e delle donne, delle schiave bianche, dell'avorio.
Da uno studio pubblicato nella Nuova Antologia da Paolucci dei Calboli risulta che il porto di Genova è il più importante per l'imbarco della merce destinata all'America del Sud. Si calcolano a 1200 i capi di bestiame umano caricati in quel massimo nostro porto e provenienti in gran parte dall'Austria-Ungheria, dalla Polonia, dalla Germania e anche dalla Francia. Queste fanciulle hanno dai 16 ai 25 anni. A Genova vi sono due alberghi, dove un carico di merce umana è tenuto in pronto per essere spedito al primo avviso. Ma l'Italia non fa soltanto sciaguratamente il commercio di transito, chè essa è pure esportatrice di abbondante mercanzia nazionale!
L'emigrazione del Sud è la più numerosa, la più palese e la più antica.
In parecchi paesi di Terra di Lavoro, si sono scoperti individui i quali sposavano le più belle contadine del luogo, per poi condurle a Londra, ove tutto era preparato per speculare sulla loro immacolatezza. Poi vi sono altri mezzi: le agenzie di domestici, di aie, di istitutrici. Oltre agli uffici di collocamento patentati e agli avvisi di giornali, gli agenti della tratta hanno escogitato altri mezzi per procurarsi la qualità e la quantità richiesta dal consumatore.

Uno dei tanti modi, che si comincia pure ad imitare da noi, è quello delle così dette «agenzie teatrali» che cercano artiste di ballo o di canto sia per l'estero sia -più specialmente- per i caffe-concerto delle città di provincia. Molte canzonettiste piovono dalla Francia in Italia, ma lo scambio è compensato a dovizia dall'importazione delle fanciulle italiane in Francia. Il grosso dell'esercito sul quale tengono l'occhio gli incettatori di carne umana è dato oggi da una nuovissima forma della nostra emigrazione dall'esodo delle fanciulle racimolate nel Regno per lavorare negli opifici francesi.
La parte settentrionale della penisola invia numerose donne non tanto più a Lione, ma in molte altre città francesi. In Svizzera non trovano miglior fortuna. Di 100 ragazze piemontesi di San Vincent (Valle Tournanche) ivi addette alla manifattura dei tabacchi, un quinto facea ritorno l'anno scorso in patria coi segni del concepimento. Spettacolo indegno quello dato a Sandhofen, vicino a Mannheim, delle centianaia di fanciulle toscane, di Pisa e di Lucca principalmente, che la domenica accompagnano a Mannheim gli operai, rincasando a tarda notte, abbrutite ed avvinazzate, per questo prendere in uggia il lavoro e darsi in braccio alla mala vita.

Fin dal 1873 si rilevava che a New York le bambine italiane erano spinte allora nella via del vizio dai loro connazionali, dai famigerati padroni. Né le cose, a quanto pare, sono cambiate. Nell'America del Sud le cose sono ancora più terribili. L'incettatore che imbarcato il suo carico non perde tempo mentre è a bordo, ma, da abile mercante, accresce le file della compagnia colle nuove reclute che sa procurarsi durante la traversata. La baronessa di Montenach, fondatrice dell'Opera di Friburgo, ha potuto parlare di 2200 creature, vittime di speculatori, in una sola strada della capitale dell'Argentina, in gran parte italiane.
Ognuno sa che all'estero molto fa l'iniziativa privata per combattere questo male. Anche in Italia si tenta qualche cosa. Il Comitato nazionale italiano è già formato. Occorrono leggi repressive, occorre, oltre alla massima oculatezza nel rilascio dei passaporti, che istruzioni siano impartite a tutte le autorità, perché i parenti o chi per essi, quando si presenta loro una sedicente offerta di posto per le loro figlie, si informino di che si tratta prima di lasciarle partire.

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